| L’arché costituzionale Davanti allo specchio, Claudia stava riflettendo su una frase, appena letta su un saggio di filosofia, che recitava pressappoco così: “L’archè costituzionale del prototipo formale influisce positivamente sulla formazione della psiche umana e genera dei fenomeni endogeni che esulano dalla razionalità della mente.” Quella frase l’aveva colpita e si lambiccava il cervello per capirne l’esatto significato, mentre si vestiva per recarsi al locale dove avrebbe festeggiato i suoi cinquant’anni. Osservava la propria immagine riflessa allo specchio ed era soddisfatta di se stessa e del raffinato scialle intonato all’abito elegantissimo. Aveva folti capelli castani e un fisico asciutto, snello e tonico. Si stava ancora guardando allo specchio e si rivide bambina a Palermo, dove era nata. La sua famiglia aveva alloggiato in un quartiere noto per le sue catacombe. A proposito di quelle, ricorda l’immagine di una bara di vetro. Dentro vi era la salma perfettamente integra di una bambina dell’Ottocento. Quella bara si trovava nelle catacombe dei Cappucini a Palermo. Aveva provato una forte impressione a vedere quel visetto di defunta e quegli abitini antichi. Le era parso di rivedere la propria madre, piccola e minuta, sul letto di morte. Sua madre era morta dopo un gravissimo incidente. Al ricordo dei propri familiari, Claudia pensa: -Che bella famiglia la mia! Quando era bambina, l’appartamento in cui abitava a Palermo si trovava dentro un cortile. In quello, aveva fatto amicizia con alcune ragazzine. Si rivede in prima elementare. In quella classe aveva conosciuto Maria, colei che sarebbe divenuta sua amica per tutta la vita. Era stata subito attratta dalla sua vivacità, dal suo particolare temperamento. Oggi, ricordandola, sente inumidirsi gli occhi, si accorge di quanto sia vero che provare amicizia significhi amare, avere sentimenti di abnegazione. E’ bello ripensare al passato, specie quando si ha alle spalle una vita densa, un’infanzia felice e dei ricordi particolari. La memoria del passato ci appartiene, riaffiora, anche se spesso si porta dietro quel senso di malinconia che è una delle dolcezze della vita. Come tutti i bambini amava giocare all’aria aperta. Si divertiva spensieratamente e tutto nei suoi giochi era rudimentale. Quante volte aveva giocato con Maria a nascondino in un giardinetto recintato da un’alta siepe di canne! Sembravano due maschiacci! Ma purtroppo tutto finisce e tutto cambia. Il papà di Claudia aveva deciso di trasferirsi a Roma e lei aveva dovuto dire addio a tutto e a tutti. Ai primi amici, ai luoghi cari, ai giochi. Addio età felice nell’incanto della Conca d’oro! Quanto aveva pianto e sofferto nel dire addio a Maria! Ma la città eterna l’aveva accolta e affascinata subito con la sua imponenza e la sua frenesia. Aveva solleticato il suo amore per il bello e aveva suscitato la sua curiosità artistica. Roma! Come non amare Roma! Era divenuta la sua città per sempre. Lì si era laureata in Economia con il massimo dei voti. Non è più davanti allo specchio, adesso guarda la sua Roma dalla finestra e prova un amore struggente, una passione che si appaga solo ammirando e fermando gli occhi sull’oggetto amato. Dalla finestra le giunge l’eco di una musica lontana. E’ una musica antica, struggente. Prova a ricordarne le parole: - Dove andranno a finire i palloncini, quando sfuggono di mano ai bambini……. Claudia guarda lontano e i suoi occhi sono velati di nostalgia. Anche a lei da piccola, era sfuggito di mano un palloncino e la sua delusione era stata enorme. Lo aveva visto volare in alto e perdersi tra le nuvole. Si era chiesta dove fosse andato a finire. Nella vita, una grande soddisfazione l’ha colta dalla solidarietà, ovvero dal poter ricevere soldi da amici e parenti per fini umanitari. Ha sempre creduto nella generosità della gente e ne ha più volte avuto una prova tangibile e una dimostrazione pratica. Tantissime persone hanno risposto prontamente alle sue richieste di offerte per i bambini poveri. Non ha mai provato disagio o ritegno a chiedere soldi per le persone bisognose. Talora ha forse scoperto il fastidio nell’espressione di qualcuno, ma si è sforzata di essere sfacciata e ha continuato a perseguitare la gente. E’ ancora davanti alla finestra e vede in lontananza dei fuochi. Improvvisamente gli tornano alla mente altri fuochi della sua infanzia in Sicilia: quelli dell’Etna. Ricorda di aver amato quell’enorme montagna incappucciata di bianco e sovrastata da un perenne pennacchio di fumo. Quante volte da bambina l’aveva ammirata! Era piccola, ma esercitava su di lei un grande fascino. Un altro caro ricordo di Claudia rimane una gita fatta ad Ustica con tutta la famiglia. A quei tempi l’isola era ancora incontaminata. Piena di lepri e conigli selvatici tra i cespugli, e di gabbiani sulle onde. Il grido di quegli uccelli le era rimasto per sempre nelle orecchie. Si tuffavano veloci ad afferrare i pesciolini, emettendo un sibilo ripetuto. Forse non ha più rivisto un mare di un azzurro così intenso. Si era tuffata felice ed era stata circondata da migliaia di pesci di ogni dimensione. Era giovane, ma sapeva già nuotare bene e aveva provato un benessere e una felicità particolare a sguazzare tra gli scogli affioranti. Aveva guardato con la maschera i fondali incantati e aveva creduto di essere in paradiso, in un mondo fatto di silenzio e di scenari da favola. Che ricordi! Claudia sa di avere alle spalle cinquant’anni di vita piena e positiva, costruita all’insegna dell’impegno e dell’amore per la vita. In quel momento si apre la porta ed entra suo marito Emanuele, mentre lei si trova ancora davanti alla finestra a rimestare tra le immagini del passato. -Claudia amore! Sei ancora lì! Fai più in fretta, al ricevimento aspettano te, sei tu la festeggiata! - D’accordo non preoccuparti, saremo puntuali. Il suo eterno Emanuele! E’ sposato con lui da ventisei anni e sembra ieri la prima volta che l’ha incontrato. Non hanno avuto figli e neppure ne hanno voluti adottare. Ricorda quando Emanuele si era avvicinato allo sportello della banca dove lei lavorava ed era stata folgorata da suo viso. Aveva sposato il suo dolce ragazzo e non si erano più lasciati. Erano vissuti all’insegna dell’affetto e del rispetto reciproco. Non avevano violato il patto di fedeltà e d’amore che si erano scambiati. Si apre la porta ed Emanuele dice: -Sei ancora lì! Dovresti cercare di fare più in fretta, non ti pare? -Amore, se non arrivo io, non possono iniziare i festeggiamenti. -Appunto per questo non dovremmo fare aspettare. Già da tempo hanno acquistato l’appartamento dove abitano, un attico con vista su Roma. Da lassù Claudia vede i tetti della capitale, domina dall’alto la città eterna. Appaga il suo bisogno di spazio, di silenzio e di bellezza. Il marito è in ansia: - Claudia, dobbiamo andare! E’ tardi. E’ davvero tardi ormai, bisogna andare a festeggiare. -Su, andiamo sono pronta – dice, e si avviano. Finalmente salgono sull’auto e si avviano verso il locale dove avrà luogo il festeggiamento. Roma al tramonto, pare circondata da un incanto impalpabile, il cielo è ancora chiaro e soffuso di una luce rossastra, le strade cominciano a illuminarsi e l’aria autunnale è tiepida e piena di profumi. Poche nubi rarefatte si muovono in alto e lontano si ode il rintocco del campanone di San Pietro. A una svolta del viale, si accorgono che è avvenuto un incidente e molte auto sono ferme. Emanuele cerca di manovrare per tornare indietro e cambiare strada, ma nel frattempo sono arrivate altre auto e quindi si trovano improvvisamente imbottigliati. -Oh poveri noi! Adesso sì che faremo tardi alla festa!- dice rivolto alla moglie. Dietro di loro, qualcuno comincia a suonare il clacson e le vetture vanno aumentando. Claudia consiglia: - Emanuele, telefona al locale, comunica cosa è successo e che tarderemo. Inizia a fremere ed è agitata. Emanuele scende dall’auto e anche lui è nervoso: -Adesso chissà quando ci libereremo da questo caos!- dice esasperato. Claudia pensa alla magra figura nei riguardi degli altri ospiti, anche se hanno avvisato telefonicamente dell’inconveniente. La festeggiata che ritarda e si fa aspettare! A quest’ora tutti saranno impazienti e molto delusi. Improvvisamente sente le auto strombazzare. Il marito esclama: Oh! Finalmente! Forse riusciamo a districarci da questo inferno, il traffico si sta diradando. Difatti da lì a poco Emanuele mette in moto e riparte. Tutte le auto riprendono la propria marcia. Claudia si volge al marito: -In quella macchina c’è il generale Rossi, è un tipo simpatico, peccato che ostenti un’aria di gran prosopopea. -Senti chi parla! Proprio tu non puoi parlare! Vuoi passare per modesta e invece sei un tipo abbastanza vanitoso. -E’ venuto il momento di criticare? -Non si tratta di criticare, tu stessa sai d’essere vanagloriosa. Lei è toccata sul vivo e allora si lancia in dissertazioni psicologiche: -Per voler bene agli altri bisogna voler bene a se stessi. Io non mi reputo superiore agli altri, però non mi sono mai stimata meno di quel che valgo. Adesso aveva assunto un’aria di sussiego e il marito aveva voglia di pungolarla. -Beh forse l’autostima, in te, non ha mai fatto difetto. -Caro mio, non sarò la quintessenza della modestia, ma ricordati che non esiste vanità intelligente. Io credo di non essere una cretina, quindi significa che non sono neppure troppo vanitosa. -Sarà, ma penso a quando dici che è una fortuna possedere una buona intelligenza perché non mancano mai le sciocchezze da dire. Ah ah ah ah. Anche Claudia ride e assume un’aria civettuola. Quella risata la rende più bella e solare. -Secondo me, - insiste - una normale intelligenza ce l’hanno un po’ tutti. Ma vedi l’ingegno è diverso. Quello è fatto d’istinto, di memoria e di volontà. Ora non mi dire che sono vanitosa se affermo che sono tre doti che non mi mancano. Ah ah ah ah. Finalmente arrivano! Claudia è sempre stata innamorata della vita che gli ha dato tanto, anche perché si è costruita i suoi modelli personali di filosofia e logica comportamentale, che segue convinta. Ha sempre guardato al futuro senza dimenticare il passato, mentre ha intensamente vissuto il presente. Adesso eccola là, circondata da tanti di amici che sono venuti tutti a festeggiarla, a testimoniarle stima e affetto, a farle capire che i suoi anni li ha spesi bene, anche perché non ha mai dimenticato i propri simili meno fortunati. Sente di non essere vissuta solo per se stessa, forse ha vissuto anche la vita degli altri, specie d Tutte le volte che si è adoperata per qualcuno o per salvare qualcuno, è come se fosse rinata e vissuta un’altra volta. Solidarietà non è solo un termine astratto, è stata la base del suo stile di vita. Talora nessuno ha saputo quel che lei ha fatto per aiutare il prossimo. Se ci pensa, le vengono le lacrime agli occhi, ma no, no! Commuoversi è un sintomo di vecchia! A Claudia tutto si potrà dire, ma mai quella parola che è sinonimo di decadenza fisica. E’ già stata attorniata da tante signore. Fra esse, vi è Elisa, una delle sue più care amiche e confidenti. Ormai la loro amicizia è consolidata da anni e da tante esperienze vissute e condivise. Qualche anno addietro purtroppo, Claudia aveva saputo che l’amica aveva dei disturbi seri: febbri violente, astenia, stanchezza frequente. Aveva insistito che si facesse visitare e, dalle analisi del sangue, era stata rilevata una leucemia. Il dolore che aveva provato era stato tremendo. Poi aveva fatto l’impossibile per trovare un donatore compatibile di midollo osseo. Non era stato facile e si era dovuta rivolgere a mezzo mondo. Finalmente l’aveva trovato ed Elisa era stata sottoposta al trapianto, che era riuscito. Ora stava abbastanza bene ed era felice. Claudia adesso vede avvicinarsi un gruppo di cari amici. La salutano, le fanno gli auguri e la baciano. Li guarda bene e rivede in loro una caratteristica e un denominatore comune che li lega e li rende uguali a lei. Ha sempre creduto che non ciò che l’uomo è, ma soltanto ciò che fa, è il patrimonio che non potrà mai perdere. Quelle persone che le sono davanti non hanno mai lesinato le opere di carità. Come diceva Aristotele: -Compiendo cose giuste, si diventa giusti. - E Claudia sa che insieme a quegli amici ha aiutato tanti bisognosi. Non si sono mai fermati a riflettere su ciò che bisognasse fare. L’hanno fatto sempre e subito. Sono stati accomunati da un grande amore per la vita che è necessario per il proseguimento di qualsiasi impresa. Come lei hanno amato la cultura, dove per essa s’intende un bagaglio di conoscenze acquisite, avendo sempre la mente aperta al nuovo e cercando di scoprirlo. Ma ciò che ha appreso, Claudia ha sempre cercato di ricordarlo, altrimenti non vi è conoscenza, senza la memoria di essa. Alcuni amici si sono seduti a bere l’aperitivo e stanno conversando sull’inesorabilità del tempo che scorre e che anche per Claudia è trascorso. Sono un gruppo di persone di una certa cultura e amano avventurarsi in dissertazioni a carattere filosofico e intellettuale. Qualcuno sta dicendo che nulla può ritardare le rughe dell’anima, forse quelle del viso sì, grazie alla chirurgia estetica, ma nello spirito non sei mai quello che sei stato il giorno prima poiché il tempo è inesorabile e assottiglia la tua energia vitale. Un altro interloquisce ribadendo che bisogna guardare all’eternità, che di per sé è un concetto terribile perché non sappiamo esattamente cosa sia, eppure siamo destinati ad essa. Un signore con gli occhiali sul naso e un fare pieno di sussiego sta dicendo di essere d’accordo con Giordano Bruno secondo cui: Il tempo tutto toglie e tutto dà, ogni cosa muta e nulla s’annichila. -Macché!- dice un altro -Ricordatevi, signori miei, che il tempo è denaro! Basta pensare agli idraulici. Loro sanno perfettamente quanto valga il tempo. Se lo fanno pagare a prezzo d’oro! Un altro tizio con i capelli tutti bianchi e l’aria assorta scuote il capo e dice: -Ogni giorno che passa, cari miei, ci avvicina alla morte; poi l’ultimo giorno direttamente ci arriviamo. La cellula invecchia al momento che viene alla luce. Cioè si muore già nascendo. -Ehilà! Ma che discorsi allegri!- fa Claudia, avvicinandosi al gruppetto d’intellettuali. -Ragazzi io ho cinquant’anni, ma me ne sento addosso solo venti. Lo so che è la solita frase fatta, ma vi garantisco che chi è felice non fa caso alle ore che passano. Dissertate piuttosto sulla felicità. Cos’è? Secondo me, consiste nel riuscire a guardare al futuro e nel darsi da fare sempre, soprattutto per aiutare gli altri. Solo donando al prossimo si può essere felici e sperare di restare giovani nel cuore. Vedete, come diceva Sofocle, per chi sta male, una sola notte è un tempo infinito, per chi sta bene il giorno giunge troppo presto. -Brava Claudia!- dice qualcuno -Il segreto dell’eterna giovinezza consiste proprio nel donarsi agli altri e nel guardare al futuro. -Alt!- fa un altro - Secondo me è da sciocchi voler guardare a tutti i costi al futuro prima che al presente. L’avvenire talora è un fantasma a mani vuote che tutto promette e nulla ha. Anzi non sappiamo mai cosa l’avvenire ci riservi. Allora è meglio guardare al presente. -Mi fai pensare a Seneca, - interviene Claudia - diceva che si volge al futuro chi non sa vivere il presente. Penso comunque che oggi quasi tutti sappiamo vivere il famoso attimo fuggente di Orazio, si tratta di come lo viviamo. E appunto per questo dico che bisogna vivere adoperandosi per gli altri. -Hai ragione Claudia, - le dice un amico professore di latino - l’uomo è ciò che fa e non deve comportarsi da lupo verso un altro uomo. Lupus est homo homini. Ricordi? Lo diceva Plauto. Si avvicina un cameriere e le dice che fuori c’è una ragazza che desidera salutarla e vorrebbe farle gli auguri. -La faccia accomodare, - soggiunge lei. Di lì a poco si avvicina una giovane donna. -Karima!- esclama Claudia abbracciandola, - Che piacere! -Signora, ho saputo casualmente della sua festa e sono venuta a farle gli auguri e a rinnovarle i miei sentimenti di gratitudine. Il bene ricevuto non si dimentica, signora, e lei me ne ha fatto tanto! Giunta come profuga dal lontano Kosovo, Karima si era trovata subito in difficoltà a Roma. Era stata adescata e avviata alla prostituzione, ma era riuscita a venirne fuori. Quindi era stata accolta come collaboratrice domestica da Claudia. Qualche tempo dopo, aveva scoperto di avere un tumore al seno. Non lo aveva detto a nessuno e anzi aveva cominciato a comportarsi in maniera insolente e stranissima. Trascurava il lavoro, rispondeva sgarbatamente alla sua datrice di lavoro quasi insultandola. Si allontanava dalla casa, dove riceveva vitto e alloggio e portava via taluni oggetti. Una condotta misteriosa poiché fino a quel momento, Karima era stata un modello di onestà e affidabilità. Claudia le era affezionata, aveva capito che qualcosa l’angosciava e invece di licenziarla, aveva cercato d’indagare sulle cause di quel cambiamento repentino di comportamento. Era riuscita a sapere che la ragazza rischiava di essere rimpatriata e per questo in precedenza, aveva cercato di togliersi la vita. In Kosovo aveva diciotto anni quando le avevano bombardato la casa, ucciso i genitori e strappato l’adolescenza, offrendole la sola possibilità di una vita da profuga e di un ingresso clandestino in Italia. Le aveva raccontato la storia della sua vita piangendo. Aveva detto che nel suo piccolo paese la guerra aveva spazzato via ogni cosa: non c’era più traccia di parenti o amici. Un paese che viveva di pastorizia e agricoltura. Lì aveva avuto una grande famiglia di zii e cugini ed era fondamentale, nella cultura del Kosovo, una forte rete di parentela. Adesso erano tutti morti. -Signora, se non mi faranno restare in Italia, mi lascerò morire anche perché ho un cancro al seno. A Roma adesso aveva dei nuovi amici e nuovi affetti. Non poteva però essere operata in Italia perché extracomunitaria. Allora bisognava trovare una soluzione differente e cercare d’intervenire in ogni caso sul tumore. Claudia aveva fatto l’impossibile per aiutare la povera Karima. Aveva istituito una specie di volontariato di gente che s’industriava ad aiutare le donne clandestine che rischiavano di morire proprio perché non avevano diritto all’assistenza sanitaria. I volontari avevano aiutato materialmente e moralmente queste sventurate e le avevano assistite nel lungo e terribile percorso della lotta contro il cancro. Karima era stata operata e le avevano asportato un seno. Ogni tanto ricordava: -Quando i Serbi cannoneggiarono la mia casa, io stavo stendendo la biancheria nel cortile. Mamma e papà sono morti sotto le macerie. Claudia l’aveva aiutata a cacciare via tristezza e paura e l’aveva stimolata a ritrovare se stessa e la sua dignità di donna. Bisognava anche trovare il sistema per poterla fare restare in Italia, e lei si era industriata pure per questo: per farla restare nel paese che l’aveva vista quasi morire e quindi rinascere. C’era riuscita. Era riuscita a far restare Karima in Italia. Si era rivolta a mezzo mondo, asserendo che rimpatriarla significava gettarla nel nulla e abbandonarla a un destino assai amaro. Ora la ragazza lavorava come inserviente presso la Croce Rossa e lentamente stava ricostruendo la propria esistenza. Ma intanto già un altro amico l’afferra per le spalle. E’ Massimo, che la fa girare ed esclama: - Auguri dolce signora! Massimo era uno dei migliori impiegati della banca e, pur lavorando assiduamente, si era laureato in Economia. Aveva fatto una tesi sulle indagini di mercato. Aveva scritto, rifacendosi a Erasmo da Rotterdam, che per guadagnare bisogna spendere. Infatti, per lui l’economia era divenuta una filosofia di vita. Diceva che aggiungendo lentamente il poco al poco, ben presto si arrivava al molto. Adesso è lì davanti a Claudia e gli rinnova i suoi auguri. Gli porge un pacco dicendo che si tratta di un importante libro d’Economia di autore straniero. -Grazie Massimo! Che meraviglia!- fa la festeggiata -Sono proprio contenta se considero che la lettura serale di questo testo mi eviterà ogni eventuale consumo di sonniferi, ah ah ah ah. Scherzo naturalmente. Si avvicina un altro amico pure con un pacchetto tra le mani. Poi un altro e un altro ancora. Come se tutti si fossero dati il segnale per la consegna dei doni. E’ arrivato dunque il momento d’aprirli. Tante persone fanno ressa attorno a lei che si sente sempre più emozionata e contenta. Va aprendo ogni pacco e ringrazia tutti. Per ultima s’avanza Marcella. Ha un involto tra le mani e glielo porge. Claudia lo apre e si accorge che si tratta ancora di un libro. Sulla prima pagina appare il titolo: L’archè costituzionale. -Ma guarda!- esclama -Ho letto un saggio che trattava proprio quest’argomento e mi sono scervellata per capire cosa s’intenda con queste due parole. -Bene!- risponde Marcella - Leggi queste pagine e forse capirai che quelle parole rappresentano l’istinto primordiale. Cioè ogni propensione naturale che spinge l’uomo a compiere determinati atti o a seguire un dato comportamento. La caratteristica propria dell’istinto, che lo distingue dall’intelligenza, è l’io congenito, immutabile, ereditario. Ora vedi, secondo me, tu sei quello che sei perché la tua propensione naturale è quella d’essere una brava persona. Quindi se nella vita hai fatto quello che hai fatto e sei diventata ciò che sei, lo devi al tuo archè costituzionale. Tanti auguri Claudia. Cento di questi giorni! |